07/12/16

Tommaso Romano: "Elogio della distinzione"



 La distinzione per non perdersi nel mare magnum della volgarità di usi e di costumi oggi imperante, la distinzione per rivendicare la propria individualità davanti alla massa plaudente che ha come unico merito quello di correre in soccorso del più forte! Come distinguersi, come essere se stessi, come vivere con stile in un tempo di barbarie?
Sono queste le domande che si pone il saggio di Tommaso Romano “Elogio della distinzione”, (fondazione Thule cultura) in cui passa in rassegna l'esegesi e la storia dell'Aristocrazia, della Cavalleria e della Nobiltà.
Se i natali danno in qualche modo un imprimatur necessario, questo solo non è sufficiente per fare di un uomo un gentile.
Dante ce lo insegna: la vera nobiltà non risiede solo nella stirpe e nel sangue ma soprattutto nel cosiddetto cor gentile ovvero nell’animo capace di provare nobili sentimenti e comportarsi di conseguenza.
 A partire da questo assunto Romano, in quello che si può considerare un vero e proprio manuale del viver cortese, diventa guida sapiente per chi intenda intraprendere con totale disinteresse economico e professionale la strada verso la distinzione, contro la massificazione e la standardizzazione dell'uomo di oggi.
“La distinzione può essere perseguita da tutti volendolo, ordinando le idee, seguendo studio, esempi e ciò che di nobile ditta dentro”. (pag. 5)
Come d’altronde ci insegna il filosofo Epicuro: “Non la natura, che è unica per tutti, distingue i nobili dagli ignobili, ma le azioni di ciascuno e la sua forma di vita”. (pag.68).
Nella prima parte del libro troviamo l’Apologia della condizione singolare in cui Romano si appoggia a uno dei pilastri del suo pensiero: la Tradizione.
Come ama spesso ripetere: “Tanto più forti saranno le sue radici tanto più l'albero (l'uomo) crescerà in altezza (morale)”.
 Dopo avere passato in rassegna il pensiero legato alla Tradizione Romano affronta un tema a lui particolarmente caro: la casa.
Essa da semplice dimora diviene la cartina di tornasole da cui è possibile avere un identikit esatto di chi la abita, del suo (buon) gusto, del modo in cui passa il tempo libero, del valore che dà agli oggetti che diventano testimonianza delle sue esperienze di vita.
Sapere distinguersi non può che passare dal modo in cui si vive la casa, dal rapporto che si instaura con essa ma questa non deve necessariamente essere un rifugio solitario, un eremo senza terra ma "può aprirsi, accogliere pochi e scelti interlocutori per goethiane affinità elettive.... I libri, le suppellettili, gli oggetti, la musica, le buone persone, un animale fedele, la memoria ci faranno ala non certo ingombrante" (pag 22).
Si può dunque affermare con Romano che la casa è la proiezione della propria identità.
Dopo questa prima parte di carattere didascalico il volume presenta un florilegio di autori diversi, per stile, pensiero ed epoca storica, che nei loro scritti e nel loro pensiero hanno codificato regole e grammatica della Nobiltà, spiegato il motivo della nascita della Cavalleria e dell’Aristocrazia. In quelli più recenti, è presente la biunivoca corrispondenza tra caduta di valori dei nobili ideali e crisi del tempo storico presente.
Tra le tante citazioni mi piace riportarne una di Nicolas Gomes Davila. Lo scrittore, aforista e filosofo colombiano così scrive: “Più gli uomini si sentono uguali, più facilmente tollerano di essere trattati come pezzi intercambiabili, sostituibili e superflui. L’uguaglianza è la condizione psicologica preliminare delle carneficine fredde e scientifiche”.
Se ci riflettiamo bene, altro non è che un elogio della diversità alla rovescia cioè mettendone in evidenza i limiti autodistruttivi dell’uguaglianza intesa come obiettivo supremo da raggiungere per un popolo che vuol definirsi civile. 
 Segue infine un saggio sulla Nobiltà, ( scritto appositamente per Tommaso Romano) sulla Cavalleria e sull’Aristocrazia dell'illustre studioso,  il nobile spagnolo Amadeo-Martin Rey y Cabieses, (Componente dell’Audizione Generale e Consigliere della Real Deputazione del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nonché Membro Corrispondente del Collegio Araldico di Roma )  storico e critico nell’ambito araldico-cavalleresco della Classe aristocratica e della Tradizione iberica, che mostra  una particolare attenzione alla storia della nobiltà italiana.
Lo scrittore spagnolo espone a chiare lettere quelli che sono i tratti distintivi della nobiltà: il rispetto della parola data, la bontà, la generosità, il valore e l’umiltà del cuore.
Nel capitolo finale, prima di una ricchissima bibliografia, c’è il Congedo al Café de Maistre, in cui Romano, malinconicamente, constata come ai nostri tempi la cultura, l’arte, la tradizione, la stessa fede siano diventati degli pseudo valori da utilizzare a piacere per il proprio tornaconto.
E allora cosa fare? La ricetta di Tommaso Romano è semplice eppur non sempre facile da attuare: “ Resistere, pur sapendo di servire una causa perduta…..Profferire parole e concetti solo quando richiesto, declinando con garbo ma fermamente la compagnia di arrivisti, molesti e insulsi; studiare e scrivere per sé e per chi egualmente non si piega…mostrare la bellezza e la potenza del creato. Tutto ciò con la ferma consapevolezza di stare in minoranza, in assoluta minoranza, forse testimoni attivi di una ipotetica, eventuale futura memoria”. ( pag. 133-134)
Una voce fuori dal coro, un anticonformista assoluto che nella vita ha sempre seguito i suoi ideali a costo di rimetterci personalmente, pur di non abbassare la testa davanti al potente di turno. Questo è, ed è sempre stato, Tommaso Romano per chi lo conosce e a cui non fanno stupore le lapidarie frasi del suo “Elogio della Distinzione”.
Per i pochi che non lo conoscono ancora, questa lettura servirà a comprendere la figura di un intellettuale a volte scomodo ma per questo più interessante da studiare perché, attraverso il capovolgimento della prospettiva, ci fa vedere la realtà con occhi diversi e disincantati.    
Giovanni Taibi

30/11/16

Gaetano Rasi nel ricordo di Primo Siena

Gaetano Rasi (1927-2016)
GAETANO RASI
Un  metapolítico di carattere

La mia amicizia con Gaetano Rasi (nato a Lendinara, Rovigo, il 15 maggio 1927) è di lunga data; risale attorno al giugno-luglio del 1947, quando c’incontrammo nel primo convegno interregionale della gioventù  del Msi a Padova dov’erano convenuti i delegati provenienti dai gruppi giovanili del Triveneto  per organizzare una manifestazione per l’italianità del Trentino-Alto Adige  contestata dai gruppi austriacanti del Volskpartei costituitisi a Bolzano.
 Gaetano  -  patavino da parecchi anni  - faceva gli onori di casa di casa, assieme a Carlo Amedeo Gamba, Gianni M. Pozzo ed il cugino Cesare Pozzo.
Una foto d’epoca,  di poco successiva, ci ritrae in gruppo alla stazione ferroviaria di Venezia dove eravamo affluiti (gennaio 1951) per un convegno regionale del Raggruppamento giovanile. Gaetano Rasi, unico con cappello, in quella foto s’assomma sorridente dietro ad un giovanissimo Fausto Gianfranceschi.
 Quel nostro rapporto, umano, politico, intellettuale,  non s’affievolì neppure quando  (febbraio 1978) lasciai l’Italia per una missione professionale in Cile,  che con il tempo mi trasformò in un italiano stabilmente residente all’estero.
Egli, invece, presentando il 2 marzo 2012 a Palazzo Sora in Roma,  il mio libro La perestoika dell’ultimo Mussolini, confessava agli astanti:
 “Ho la convinzione di aver sempre conosciuto Primo Siena. Non riesco a stabilire una data, un’occasione, un luogo   dove io abbia incontrato per la prima volta l’autore di questo libro. Il mio sodalizio umano ed intellettuale con Primo, che nasce certamente nei mesi immediatamente successivi alla seconda Guerra Mondiale, costituisce uno di quei fatti che sono compenetrati nella fomazione continua di ciascuno di noi nel corso del tempo. Insomma che fa  riferimento a coloro con i quali condividiamo principi e valutazioni (cum qui in idem sentiunt)”.
Quel nostro sodalizio, infatti, è durato ininterrotamente fino al giorno del suo inaspettato  decesso (20 novembre 2016), quando si trovava a mezza strada dei suoi novantanni,  pieni di acuta e penetrante lucidità intellettuale.
C’eravamo visti  ed abbracciati a Roma (11 ottobre 2016) alla celebrazione del settantesimo del Msi, organizzata dalla “Fondazione Giorgio Almirante”.
Quattro giorni  prima  del suo improvviso ricovero in clinica, l’avevo chiamato telefonicamente a Bracciano da Santiago del Cile. Ci s’era parlati per quasi due ore,  trattando diversi argomenti di comune interesse: i cambi culturali e sociopolitici avvenuti nel mondo ultimamente;  le celebrazioni dei 70 anni dalla fondazione del Msi,  i problemi della Fondazione di Alleanza Nazionale; la situazione del Cesi, quel  Centro Nazionale di Studi politici ed economici, sua ultima creatura  la cui continuità nel futuro era il suo cruccio. “Vi ho raccolto uomini di alto valore e profilo, già anziani o di mezza età, ma  vedo pochi giovani” mi diceva.
 I giovani della nostra area politica e la loro formazione,  erano la sua costante, profonda preoccupazione (da me condivisa), perchè essi  solo – insisteva -  possono assicurare la proiezione futura del nostro progetto politico alternativo.
Un progetto politico le cui radici affondavano in un tempo assai lontano, quando sulle pagine della rivista giovanile Cantiere (n.2, marzo 1952) Gaetano rintracciava la derivazione corporativa  (e s’era a 7 anni appena dalla sconfitta del 1945) del   “Piano” di William Beveridge avviato nell’Inghilterra laburista di quegli anni.
 Egli richiamava l’attenzione su questo caso perchè: “l’interesse che esso suscita – scriveva – viene anche dal fatto che proprio questa nazione fu la irriducibile nemica e la causa prima della sconfitta di quell’Italia che espresse la soluzione sociale ed economica valida, con i necessari adattamenti, per tutti i popoli, compresi quelli di lingua inglese”.
E commentava in proposito: “Interessante è per noi, che combattemmo dall’altra parte della barricata, constatare come il nemico a mano a mano che ci combatteva, si appropriava, facendole passare per proprie, quelle idee  che costituivano i motivi ideali per i quali moriva il fior fiore della gioventù europea”.
Allievo dell’economista Marco Fanno e del geopolitico Ernesto Massi, il giovane Gaetano Rasi  si poneva già da allora il problema della giustizia sociale come un problema non solo economico bensì etico, inteso quindi  come  esigenza  spirituale per assicurare un ordine ai rapporti tra gli uomini,  nell’ambito di una struttura organica e funzionale dello Stato moderno, affinchè il cittadino non naufragasse nell’ anonimia della massa informe.
Egli riprende questi concetti quando assieme a me, alla fine del 1954, dà vita alla rivista Carattere;  la quale  - accanto alla linea gentiliana e tradizional-evoliana  di Cantiere (che fu l’officina, il laboratorio appunto, di una  ricerca d’indirizzo),  ne accentua una tradizional-cattolica elitista che puntava all’unione metapolitica tra due mondi anteriormente poco comunicanti: il religioso ed il politico; due spazi dove dovrebbe agire l’essere umano sostenuto eticamente da principi spirituali trascendenti.
 Ma è soprattutto  con una misura di coerenza morale (un “carattere” appunto, ossia fermezza consapevole) con la quale Gaetano Rasi si misura in questa avventura culturale  proponendo le linee – sono parole sue – “di un progetto politico non restaurativo, ma evolutivo” atto a raccogliere le  emergenti esigenze spirituali, etiche e politiche future di una postmodernità tuttora incerta e confusa.
Fin dal tempo di Carattere  egli comprese che, senza cambiare  la visione del mondo offertaci dal riduzionismo scientifico moderno  (e dalle sue conseguenze tecnologiche, non sempre positive), non si sarebbe potuto affrontare  la crisi attuale che ha avvolto il mondo  per  aprirgli, quindi,  spazi futuri più fecondi  dove la scienza e la tecnica ritornino fecondamente al servizio dell’uomo.   
Già da allora - dotato di una solida cultura classica, nutrita altesì di una profonda visione spirituale – egli intuì la correlezione tra una scienza interdisciplinare come la metapolitica e la metafisica della politica (tanto ideologica come economica),  intesa non come una scienza esclusivamente teoretica, bensì come misura di pensiero che si apre all’azione politica concreta dove il metapolitico agisce.
Infatti, come precisava ancora, “la rivista trattò molti temi relativi alla trasformazione dello Stato,  fondato dopo la sconfitta solo sui partiti, in uno Stato che fosse l’organizzazione giuridica rappresentativa di tutti i corpi sociali della Nazione. In quest’ottica, la rivista Carattere rappresentò un ponte tra il passato, il presente e il futuro”.
 Bisognava infatti, secondo lui, sciogliere il nodo della discontinuità storica inevitabile tra il fascismo mussoliniano, cioè tra  il fascismo storico ed il periodo successivo nel quale stavano sorgendo nuove esigenze geopolitiche, geoeconomiche e culturali che si stanno consolidando ed evolvendo  in una postmodernità tuttora incerta e confusa.
Diveniva quindi  necessario non un taglio netto sul nodo gordiano, ma  un dipanare con pazienza e creatività raziocinante il nodo della frattura storica,  per mantenere – pur con nuove forme per i tempi nuovi – una continuità d’idee e di principi,  al fine di elaborare programmi attuali per un progetto politico alternativo volto a creare una Nuova Repubblica organica,  dotata di una democrazia partecipativa in sostituzione della attuale, imbrigliata nelle maglie aggrovigliate di “un tiranno senza volto”: la partitocrazia.
Gaetano Rasi ha visto la possibilità di risolvere il male della partitocrazia attraverso l’instaurazione di una funzione corporativa,  che si profila come la quarta accanto alle altre  tre (la legislativa, l’esecutiva, la giudiziaria), in un ambito che da politico si fa metapolitico perchè soddisfa la problematica relativa all’ordinamento d’una società composta da uomini liberi ed orientata al bene comune; ragion per cui la politica si costituisce come ramo della morale intesa quale etica civile della convivenza umana sociologicamente  e giuridicamente organizzata; una convivenza che attinge infine alla metafisica, come insegnava l’ insigne maestro dell’ateneo  patavino, da Gaetano Rasi ben conosciuto e seguito: Marino Gentile.
Il quale nel corso di un suo famoso corso accademico su “Il filosofo di fronte allo Stato” (1969) aveva affermato: “Una filigrana naturale collega l’uomo allo Stato, perchè non esiste ordine giuridico senza morale, come non c’è ordine fisico senza metafisica”.
In quest’ottica, Rasi ha insegnato che l’ordine derivato dalla funzione corporativa si va costituendo  mediante la partecipazione in sede politica, economica e culturale (ossia anche in senso antropologico). Ed  ha attribuito alla partecipazione la caratteristica ineliminabile della corresponsabilità perchè il partecipare implica un condividere, cioè l’assunzione tanto dei  doveri e dei sacrifici come degli esiti  e dei benefici dell’azione.
Questo concetto “corporativo” di partecipazione – egli precisava[1]-  “si differenzia nettamente dalle interpretazioni astratte e deformate” poste  in circolazione dalla sociologia comunitaria, la quale annega  nel calderone  anonimo nell’assemblearismo  il contenuto autentico della partecipazione, perchè in  tal caso si esclude tanto la responsabilità individuale quanto “ l’apporto della volontà e delle intelligenze dei partecipanti pur tendenti al fine comune”.
Per Gaetano Rasi, nella cultura politica contemporanea sono tuttora presenti, con diverse sfaccettature e commistioni, tre ideologie: il liberismo, il socialismo e il corporativismo.
Delle prime due, di derivazione illuminista  si conoscono  i limiti  e gli effetti concreti che ne hanno messo in crisi l’effettualità. In esse,  l’ideologia pone sempre un  interesse   primario rispetto al quale i valori risultano secondari. 
Infatti, nel liberismo le scelte dell’individuo sono sempre preminenti sulla società, e la libertà economica senza disciplina (cioè senza un minimo di programmazione interna e volontaria) esportata nel mondo, serve infine  ad un  potere  contrario alla libertà: al potere dispotico del denaro. Mentre nel il socialismo (tanto nella formulazione radicale del comunismo, come in quella moderata della socialdemocrazia) l’interesse del proletariato, inteso come classe organizzata a Stato, prevale su quello dell’individuo che in tal modo viene annullato nella massa.
Rasi riconosce che, dal punto di vista storico, sono stati vissuti periodi di alternanza di un interesse o di un valore preminente su un altro; quindi,  per uscire da tale altalena, l’obiettivo da perseguire resta la costituzione di una società nella quale “tutti i valori abbiano sede e siano fra essi correlati. La scelta di un valore come assoluto e preminente sugli altri,  costituisce un momento di crisi etica e sociale”; e comunque si tratta di fasi di passaggio.
Solo la terza  costituisce  una prospettiva di futuro in grado di destreggiarsi tra i difetti e gli errori delle altre due, perchè essa punta alla ricerca dialettica di una armonia sociale tra le parti in grado di sostituirsi alla lotta di classe, trasformando così la politica da arte o scienza  esclusiva del gestire  il potere, in modalità sostanziale per vivere la pienezza di ogni essere umano.
 Il momento obiettivo per evitare le crisi etico-sociali od uscirne, è costituito dalla ricerca  operativa onnipresente ed istituzionale di tutti i valori. E chi pensa ad un superficiale, difficile equilibrismo post-ideologico perchè -  tanto - saremmo usciti definitivamente dall’epoca delle ideologie, s’inganna. Oggi il perseguimento  degli interessi (non sempre limpidi ed onesti)  sostituisce  quello dei valori;  per cui le ideologie non sono sparite, hanno solo cambiato di segno.
Il corporativismo,quindi,  nonostante le demonizzazioni semantiche affibiategli  dalle ideologie contrastanti, risulta la terza via possibile
Analizzando la storia delle idee sviluppatesi all’interno del Msi, nei 48 anni della sua esistenza, Gaetano Rasi ne individua, appunto, l’identità politico-dottrinale nel corporativismo concepito come l’ideologia “che tende a realizare la democrazia sostanziale in contrapposizione alla democrazia solo formale dei regimi liberisti e partitocratici, tendenzialmente oligarchici e indifferenti allo sviluppo solidale della comunità  cui appartiene un popolo nella sua consapevolezza”[2].
Questo corporativismo costituzionale affermato dal Msi –  e alla formulazione dottrinale  del quale,  Rasi ha dato  un forte  contributo di pensiero – postula una Repubblica presidenziale dove il Presidente della Repubblica è la sola autorità che viene eletta direttamente dagli cittadini indifferenziati, mentre la selezione del resto della dirigenza politica viene affettuato  elettoralmente “dal cittadino individuato nella sua competenza professionale e nelle sue opinoni politiche”. Sicchè gli istituti parlamentari che esprimono l’esecutivo  e fanno le leggi, sono formati,  per una parte,  dai partiti politici costituiti “da coloro che la pensano alla stessa maniera (qui in idem sentiunt) e propongono progetti e programmi politici”;  e per l’altra parte “dalle associazioni  spirituali, culturali,  economiche, ossia le categorie professionali e del volontariato”: corpi sociali organici che – secondo la dinamica della società -  sono portatori  “di specifiche competenze  nonchè d’interessi morali e materiali”.
Nello sviluppo delle sue riflessioni sul corporativismo democratico del Msi, Gaetano Rasi ha dimostrato,  accanto alla  preparazione giuridica (s’era infatti laureato, a suo tempo,  in giurisprudenza),  una solida formazione speculativa nutrita da un’ annosa consuetudine con il filosofo Ugo Spirito e dalla filosofia attualista di Giovanni Gentile  (il maggior pensatore  eminente del nostro Novecento), al quale ha dedicato acuti saggi, trasmessi nella loro essenza educativa, sia dalle cattedre universitarie dalle quali ha esercitato un originale magistero economico-sociale, sia  dalle ricerche scientifiche e dai corsi politici svolti mediante l’Istituto di Studi Corporativi,  da lui fondato e diretto per cinque lustri; ed infine attraverso la Fondazione Ugo Spirito della quale fu, se non erro, il primo presidente.
Ha vissuto una vita dedicata allo studio e al magistero politico inteso come “servizio al cittadino, alla società,  alla Patria”: con trasparenza, onestà e disinteresse (nominato Ministro del Commercio Estero del Governo Dini nel  1995, rifiutò l’incarico per coerenza politica).
Italiano cattolico, discreto ma osservante, ha  creduto nella religione dei padri, ha vissuto con intensità spirituale le vicende della Patria con l’animo del combattente che affronta le vicende varie e talora difficili della vita come uomo di carattere che non s’arrende: esempio di vita per le nuove generazioni che si inerpicano sui sentieri scosesi del secondo millennio.
Questi fu Gaetano Rasi!
                                                             Primo Siena


[1] G.Rasi, Partecipazione organica e política programmatoria in  AA.VV., Il Corporativismo è  libertà. Gruppo di studio Fuan-Isc. Collana “La alternativa”. Istituto di Studi Corporativi, Roma 1975, p.21-22.
[2] Le citazioni, virgolettate, sono tratte dall’opera: GAETANO RASI, Storia del progetto politico alternativo. Dal Msi ad AN (1946-2009). Vol.Iº , La costruzione dell’identità (1946-1969).Solfanelli Ed. 2015. Pagg. 224 +  8 ill.
Il progetto editoriale dell’opera prevede, come seguito di questo volume, altri due: L’alternativa al sistema (1970-1994) che va dalla preparazione del  IXº congresso dove alla sigla MSI si aggiunge la dicitura “Destra Nazionale”, fino alla trasfornamazione del MSI-DN in Alleanza Nazionale; e un 3º volume, titolato: Evoluzione, involuzione, eclissi (1995-2009) che fa riferimento alle vicende che vanno dal  tentativo di allargare il consenso di base  fino alla destrutturazione organizzativa ed alla dissipazione del  patrimonio progettuale, per concludersi  nella fusione di AN con Forza Italia. 
E` da sperare che l’improvviso decesso dell’autore, non arresti l’edizione di quest’opera fondamentale per lastoria delle idee del Msi,  e di cui il 2º volume si trova già  tutto composto.
Gaetano mi ha dedicato una copia del  Iº volume con queste parole: “All’amico di cuore e di mente Primo Siena col quale mi trovo sempre in sintonia, nell’auspicio che i suoi libri e i miei piú modesti saggi possano trovare prosecuzione di pensiero e di azione. 8 Settembre 2015 (che anniversario...) G.R.

26/11/16

Il cardinal Sarah lancia la sfida del silenzio

È un libro scaturito da un’amicizia «nata nel silenzio, cresciuta nel silenzio e che continua a esistere nel silenzio». Il titolo ne è una mirabile sintesi: La force du silence, la forza del silenzio. Esce oggi in Francia per le edizioni parigine Fayard e domani verrà presentato in Italia all’Insitut francaise Centre Saint Louis di Roma. È il frutto della rinnovata collaborazione tra il cardinale guineiano Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il Culto Divino, e il giornalista francese Nicolas Diat. Insieme avevano già dato alle stampe quello che si è rivelato come un vero e proprio best seller, Dio o niente (Ed. Cantagalli, 2015).
L’AMICIZIA CON FRERE VINCENT
L’incontro che ha dato sostanza a questo testo di grande forza spirituale è quello tra il cardinale e un giovane monaco certosino francese, frère Vincent-Marie. Si sono incontrati nel 2014 all’abbazia di Lagrasse, monastero situato tra Carcassonne e Narbonne, mentre il giovane Vincent era minato dalla sclerosi a placche, incapace ormai di pronunciare parola e per cui «il più piccolo respiro era un enorme sforzo». Il 10 aprile 2016 frère Vincent ha reso l’anima a Dio e il cardinale Sarah, colpito indelebilmente dagli incontri con il giovane monaco, ha partecipato alle sue esequie pronunciando l’omelia. 
«Osservandoti in silenzio», disse Sarah in quella omelia, «ho sempre considerato che il tuo volto splendeva. Il tuo corpo portava la sofferenza e il dolore. Ma sul tuo viso si poteva vedere una grande gioia, un’immensa pace e un abbandono totale a Dio. (…) E il silenzio ha insegnato a entrambi che l’unità della sofferenza e della beatitudine, è il segreto di Dio che dobbiamo accogliere nella fede e con una grande serenità». Ecco perché Nicolas Diat può scrivere nella prefazione che «La force du silence non avrebbe mai potuto esistere senza frère Vincent».
COME IL FUOCO SUL METALLO
Il silenzio, indiscusso protagonista della pagine del libro, appare come il fuoco sul metallo, come il torchio che estrae il succo buono. Forgia l’uomo e ne estrae la sostanza. Ne tira fuori umiltà e mitezza, virtù essenziali per vincere la dittatura del rumore, come recita il sottotitolo del libro. Il silenzio, scrive il cardinale Sarah, «è condizione dell’amore e conduce all’amore», verso «un’esistenza più radicale di contemplazione e di santità». Il silenzio è il linguaggio di Dio.
«Il silenzio non è un assenza, ma la manifestazione di una presenza, la più intensa di tutte le presenze. Il discredito portato sul silenzio dalla società moderna», sottolinea il cardinale, «è sintomo di una malattia grave e inquietante». Il rumore per l’uomo post-moderno «è come una droga di cui è divenuto dipendente. Con la sua apparenza di festa, il rumore è un tourbillon che impedisce di guardarsi in faccia. L’agitazione diviene un tranquillante, un sedativo, una morfina, un sogno senza consistenza. Ma questo rumore è un farmaco pericoloso e illusorio, una menzogna diabolica». Per questo, dice, «l’umanità deve intraprendere una forma di resistenza» Solo attraverso questi spazi di silenzio si potrà ancora riconoscere la voce di Dio. Come «un muro esteriore che dobbiamo erigere per proteggere un edificio interiore». Un muro che non riguarda solo i suoni, ma anche la custodia dello sguardo e quella del cuore contro le passioni più basse e ingannevoli.
IL SILENZIO SACRO E L’ONNIPRESENZA DEL MICROFONO
Dal prefetto del Culto Divino, che tra l’altro dedica il libro a Benedetto XVI, non poteva mancare una profonda riflessione sul tema del sacro e della liturgia. «Il silenzio sacro», annota, «permette all’uomo di mettersi gioiosamente a disposizione di Dio» ed è «la sola reazione veramente umana e cristiana di fronte all’irruzione di Dio nella nostra vita».
Occorre far vivere il profondo legame tra silenzio sacro e mistero, perché «senza il mistero noi siamo ridotti alla banalità di cose terrestri. Spesso», riflette Sarah, «mi chiedo se la tristezza delle società urbane occidentali, piene di tante depressioni, di suicidi e tristezza morali, non deriva dalla perdita del senso del mistero». Il silenzio «è un velo che protegge il mistero».
Con forza il prefetto richiama alla necessità di custodire il silenzio nella celebrazioni liturgiche. «Nelle liturgie della Chiesa, il silenzio non può essere una pausa tra due riti; (…) il silenzio è la stoffa nella quale dovrebbero essere tessute tutte le nostre liturgie. Nulla in esse può rompere l’atmosfera silenziosa che è il suo clima naturale. Ora, le celebrazioni divengono faticose perché si svolgono in un chiacchiericcio rumoroso. La liturgia è malata. Il sintomo più sorprendente di questa malattia può essere visto nell’onnipresenza del microfono».
ORIENTATI VERSO IL SIGNORE E LA “RIFORMA DELLA RIFORMA”
«Non può esserci vero silenzio nella liturgia se noi non siamo, nel nostro cuore, rivolti verso il Signore. (…) Perché ognuno comprenda che la liturgia ci rivolge interiormente verso il Signore», puntualizza il cardinale, «sarebbe utile che nelle celebrazioni, tutti insieme, prete e fedeli, fossero corporalmente rivolti verso oriente, simbolizzato dall’abside. Questo modo di fare è assolutamente legittimo. È conforme alla lettera e allo spirito del Concilio». 
In questo modo il cardinale ritorna su alcuni temi da lui già più volte espressi in vari interventi, non ultimo quello tenuto a Londra nel luglio scorso e che non ha mancato di sollevare alcune polemiche (vedi QUI). A proposito della discussa “riforma della riforma” liturgica, promossa dall’attuale papa emerito, Sarah ricorda che non si tratta di contrapporre delle forme liturgiche, ma «si tratta di entrare nel grande silenzio della liturgia; bisogna lasciarsi arricchire da tutte le forme liturgiche latine o orientali che privilegiano il silenzio».
«Il senso del mistero è sparito a causa di cambiamenti, adattamenti permanenti, decisi in modo autonomo e individuale per sedurre la nostra profana mentalità moderna, segnata dal peccato, il secolarismo, il relativismo e il rifiuto di Dio».
«Io», sottolinea il cardinale africano, «desidero profondamente e umilmente servire Dio, la Chiesa e il Santo Padre, con devozione, sincerità e un attaccamento filiale. Ma ecco la mia speranza: se Dio lo vuole, quando e come Egli lo vorrà, in liturgia la riforma della riforma si farà».
L’AVVENIRE È NELLA MANI DI DIO
«Il nostro avvenire», riconosce il porporato tra le pagine de La force du silence, «è nelle mani di Dio e non nell’agitazione rumorosa delle negoziazioni umane, anche se queste possono sembrare utili. Ancora oggi, le nostre strategie pastorali senza esigenze, senza appelli alla conversione, senza un ritorno radicale a Dio, sono cammini che portano al nulla. Questi sono giochi politici che non possono condurci verso il Dio crocifisso, nostro vero Liberatore».
di Lorenzo Bertocchi